La displasia dell’anca è una conformazione anomala dell’articolazione, presente dalla nascita: la cavità del bacino (acetabolo) è poco profonda e copre solo in parte la testa del femore.
Nell’adulto, le forme lievi o non trattate da bambini si manifestano tipicamente tra i 30 e i 50 anni con dolore all’inguine e artrosi precoce (coxartrosi secondaria). Nei quadri evoluti il trattamento è l’intervento di protesi d’anca, che nel paziente displasico richiede una pianificazione accurata e una tecnica chirurgica adeguata.
Cos’è la displasia dell’anca
In un’anca normale la testa del femore è contenuta in profondità nella sua sede nel bacino (acetabolo), che la copre come un tetto ben proporzionato. Nella displasia questo tetto è poco profondo e con margini sfuggenti: la testa del femore è coperta solo in parte.
La conseguenza è meccanica: il carico del corpo, invece di distribuirsi su tutta la superficie articolare, si concentra su un’area ridotta di cartilagine. Quella cartilagine lavora ogni giorno in sovraccarico — e si consuma prima del tempo.
La displasia è una condizione congenita, cioè presente dalla nascita, con una componente familiare riconosciuta: spesso in famiglia ci sono altri casi, anche lievi e mai diagnosticati. Oggi lo screening neonatale con l’ecografia delle anche intercetta la maggior parte dei casi, che trattati nei primi mesi di vita si risolvono in genere completamente.
Perché se ne parla da adulti
Il paziente adulto con displasia appartiene tipicamente a una di queste situazioni:
- Forme lievi mai diagnosticate: l’anca ha funzionato per decenni, ma il sovraccarico cronico della cartilagine presenta il conto tra i 30 e i 50 anni, con un’artrosi che arriva vent’anni prima del normale.
- Displasie trattate nell’infanzia con esiti parziali: l’articolazione è migliorata ma non del tutto normale, e col tempo degenera.
- Displasie trattate chirurgicamente da giovani (osteotomie di riorientamento del bacino o del femore): interventi che hanno guadagnato anni preziosi, ma che possono comunque evolvere verso l’artrosi.
Il filo comune è questo: la displasia è la causa più frequente di coxartrosi secondaria nel paziente giovane. Chi si sente dire “ha l’artrosi di un settantenne” a 40 anni, molto spesso ha un’anca displasica.
I sintomi nell’adulto
I sintomi sono quelli della coxartrosi, ma in età insolitamente giovane:
Dolore all’inguine, che può irradiarsi alla parte anteriore della coscia. All’inizio compare dopo sforzi o lunghe camminate, poi diventa più frequente.
- Sensazione di fatica o cedimento dell’anca dopo l’attività fisica.
- Rigidità progressiva, con difficoltà nei gesti che richiedono ampiezza di movimento: accavallare le gambe, allacciarsi le scarpe.
- Zoppia di fuga, il passo che “scappa” dal lato dolente per accorciare l’appoggio.
- In alcuni casi, scatti o schiocchi articolari.
Un dolore d’anca persistente in una persona di 30-45 anni non va liquidato come “strappo” o “infiammazione”: merita una radiografia. Più la diagnosi è precoce, più opzioni restano aperte.
La diagnosi
La diagnosi si basa sulla visita ortopedica e sulla radiografia del bacino in carico, che nell’anca displasica mostra la copertura insufficiente della testa femorale — misurata con angoli specifici — e gli eventuali segni di artrosi già presenti: riduzione dello spazio articolare, osteofiti, aree di sofferenza dell’osso.
Quando si pianifica l’intervento di protesi, lo studio viene completato con una TAC: nel paziente displasico l’anatomia è diversa da quella standard — l’acetabolo è poco profondo, l’osso disponibile va misurato, il femore può avere forma e orientamento anomali — e la scelta e il posizionamento delle componenti protesiche vanno preparati sul singolo caso.
Il trattamento conservativo
Nelle fasi in cui l’artrosi è iniziale, l’obiettivo è rallentare il consumo della cartilagine e controllare i sintomi:
- Controllo del peso e attività a basso impatto (nuoto, bicicletta) al posto di corsa e sport con salti.
- Rinforzo mirato della muscolatura dell’anca e del tronco, che stabilizza un’articolazione anatomicamente meno contenuta.
- Farmaci antinfiammatori nei periodi di riacutizzazione, sotto controllo medico.
- Infiltrazioni, valutate caso per caso dallo specialista.
Il trattamento conservativo non corregge la forma dell’anca: guadagna tempo, e nel paziente giovane guadagnare anni è un obiettivo clinico vero. Il percorso va però monitorato: quando il dolore limita la vita quotidiana e la degenerazione avanza, rimandare oltre non protegge.
La protesi d’anca nel paziente displasico
Nel paziente displasico l’intervento ha alcune specificità che richiedono esperienza dedicata:
- La pianificazione pre-operatoria con studio TAC per valutare i deficit ossei e scegliere le componenti adatte a un’anatomia non standard.
- La tecnica mini-invasiva: Il Dott. Busanelli utilizza l’accesso mini-invasivo con conservazione della capsula articolare, che garantisce la visuale completa dell’acetabolo necessaria in queste anatomie complesse.
- L’età del paziente: chi arriva alla protesi per displasia è spesso giovane e attivo. La tecnica mini-invasiva, con il rispetto dei tessuti e la verticalizzazione precoce, e i materiali moderni rispondono proprio a questa esigenza: tornare a una vita piena, a lungo.
L’obiettivo dell’intervento è la riduzione del dolore e il recupero della funzionalità articolare; i risultati vengono discussi caso per caso durante la visita, sulla base del quadro specifico.